Covid-19 ci pone di fronte a questioni inedite: siamo tornati a scoprire il significato di parole come scarsità e difficoltà di accesso. Mancano in Italia braccianti a sufficienza per un settore agricolo che, complice il caldo anticipato, ha bisogno ora di migliaia di persone sui campi. A metà marzo, quando la necessità di mascherine Fpp2 e Fpp3 era elevatissima, il nostro Paese si è scoperto sguarnito: solo un’azienda aveva la certificazione internazionale necessaria per realizzarle e venderle. Nel frattempo i governi dei Paesi sede delle aziende con cui l’Italia aveva degli accordi per forniture dei DPI hanno impedito l’export per far fronte ai fabbisogni domestici. In altri casi, a raccontare di un far west alle frontiere, se ne sono appropriati i paesi di transito. In Europa, da ultimo, abbiamo scoperto che nel momento di maggior bisogno di farmaci generici siamo incapaci di produrne abbastanza, a causa dello spostamento in blocco della loro produzione in Asia.

Questi colli di bottiglia hanno ridato voce ai sostenitori delle “filiere corte”, del futuro post-covid a chilometro zero. Si ritorna a cantare di quello strano oggetto tanto celebrato ma ancora, dopo un decennio, non identificato: il re-shoring (il rientro in Italia di fasi produttive dislocate all’estero). In molti, per farla semplice, hanno visto nelle difficoltà della Cina prima e nelle inerzie e nei colli di bottiglia creati da Covid-19 nelle catene di fornitura poi, una occasione per tornare a fare le cose a “casa”, magari generando occupazione.
Non ci piace essere, e non siamo, pessimisti. Crediamo, tuttavia, di essere realisti, quindi proviamo a porre alcune questioni sul tavolo e rileggere, per quanto possibile, la storia passata per ricavarne una lezione.

La prima questione riguarda la verosimiglianza del reshoring per molte filiere nel nostro Paese: come ritornare a produrre se abbiamo perso del tutto intere fasi produttive e il know how che si portavano appresso? Appena uno esce dalle camerette dei pensatori infatuati delle mode e ascolta chi sta sul campo scopre che il reshoring è spesso una pia illusione. Molte delle nostre filiere sono “spogliate”: quand’anche domattina volessimo partire a fare qualcosa – tante delle mille cose che abbiamo fatto uscire: scarpe, biciclette – non avremmo a disposizione le competenze per farlo. Sicuramente la geografia della produzione e quella delle catene del valore subiranno dei cambiamenti nel futuro immediato, difficile tuttavia che favoriscano regioni e aree le cui filiere produttive sono state interamente spostate all’estero al grido di “teniamo il design e la creatività, siamo italiani”. Pare più facile che a fare scarpe, vestiti, mascherine e anche caldaie, nel prossimo futuro, possano essere paesi come la Turchia e l’Europa dell’est più che l’Italia.

C’è, seconda questione, la necessità di uscire dagli schemi parrocchiali che affliggono il dibattito nel nostro Paese per provare a concretizzare finalmente un’idea di Europa. Ha senso raccontarci, a mo’ di consolazione, di una economia futura basata su filiere corte, anzi cortissime? O ha più senso ragionare sull’Europa come spazio in cui si trovano e ri-organizzano catene “continentali” della fornitura? A supporto di questo scenario abbiamo i dati dell’export italiano. Nonostante gli Italiani mettano oggi in cima alla propria lista di gradimento Cina e Russia (è bastato qualche migliaio di mascherine?), occorre ricordare che i nostri principali partner commerciali al mondo sono Germania e Francia, che ogni anno ci comprano rispettivamente 43 e 37 miliardi di euro di merci. Siamo proprio sicuri che convenga staccarci da catene del valore a guida Europea?

Da ultimo: non crediamo–nel senso che se ce lo chiedete non ci scommetteremmo un euro – un ritorno al locale, al produrre e al comprare italiano. Ci preoccupa invece una questione più sottile: come potremo bilanciare il bisogno delle nostre imprese di aprirsi al mondo con la necessità di tutelare il nostro know-how produttivo? Negli anni passati, molta ricerca ha sottolineato come uno dei problemi legati alla delocalizzazione fosse il distacco tra il “pensare” e il “fare”, tra la ricerca e–soprattutto–lo sviluppo e la produzione in serie di cose. Learning by manufacturing, si dice, quando si osservano gli esiti a cui sono giunte economie un tempo esclusivamente manifatturiere ma nel tempo capaci di portare a valore il saper fare come stimolo per il saper innovare. L’elettronica di consumo si innova, non solo si fa, in Cina, così come la bicicletta in carbonio e le batterie al litio per le auto elettriche. Privandoci della manifattura in molti comparti ci siamo, forse, privati della prontezza e delle competenze necessarie per ritornare al volo in una fabbrica e far parlare ingegneri, prototipisti e lavoratori per smontare e rimontare cose o per trasmettere rapidamente in una linea produttiva i ritrovati di qualche genialoide ricercatore in camice bianco.

I vostri amici qui, qualche tempo fa, hanno avanzato una proposta: mantenere in vita “artificialmente” una capacità produttiva di prova che fungesse da palestra per l’innovazione e da spazio per il dialogo tra braccia e teste. La proposta non suggerisce di mantenere in Italia la manifattura nel suo complesso; piuttosto, propone di sovvenzionare la sopravvivenza di specifiche competenze tecniche e polmoni di capacità produttiva che fungano da laboratorio di sviluppo di nuovi prodotti e concetti. Insomma: tenere viva quota della manifattura sovvenzionandola – e selezionandola adeguatamente – come assicurazione sul futuro.
La crisi ripropone il problema e forse ci offre una chance, quanto meno nei settori meno spogliati dalla delocalizzazione del passato: pensiamo a finanziare, come bene comune, delle attività produttive e a creiamoci attorno uno spazio in cui ingegneri e operai possano lavorare assieme allo sviluppo di soluzioni innovative da iniettare rapidamente nelle catene del valore globali. Pensiamo a delle politiche industriali che puntino a creare competenza e sensibilità diffusa verso la manifattura tra i giovani, innestando nei percorsi formativi momenti ben progettati ed efficaci di alternanza scuola-lavoro e rivedendo, potenziandole, formazione tecnica e professionale.

Insomma, ci piacerebbe che il grande ripensamento a cui tutti saremo chiamati nei prossimi mesi rimetta al centro l’importanza delle competenze tecniche italiane come apripista e volano di un prossimo modello di espansione globale per le nostre imprese. È giunto il momento di pensare in grande e di fare sul serio, lasciando perdere fablab, manifattura urbana e altri topic trendy che negli ultimi anno hanno catalizzato perlopiù intellettuali hipster e fan di mezza età di guerre stellari. Il tema della competitività della nostra industria nel mondo globale segnerà verosimilmente il destino di questo Paese. Vale la pena prenderlo seriamente.

Categorie: Pensieri

1 commento

Christian Morasso · Aprile 25, 2020 alle 5:50 am

Assolutamente d’accordo, soprattutto per il mio settore Legno-Arredo cui porterò in evidenza i tuoi pensieri

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