Abbiamo sempre avuto una ‘sindrome Milano‘, noi del Nord-Est. Milano la cosmopolita, l’innovativa, la dinamica. Una narrativa che è diventata mainstream nell’ultima decade, quasi stucchevole negli ultimi anni. Milano incute a chi non la vive (beve?) quasi un senso di soggezione. Ce lo ricordano ogni anno, in questa stagione, le mogli dei mobilieri veneti che si rifanno il guardaroba per andare al Salone del Mobile. Ce lo ricordano, ogni weekend, le migliaia di studenti che la domenica sera aspettano il treno per rientrare a Milano guardando tutti dall’altro verso il basso (“perché io vado a Milano, voi cosa volete capire”).

Chi conosce e frequenta Milano sa che la verità è molto più complessa. Milano è come noi, per molte cose è persino peggio di noi, ma ha avuto il grande merito di saper cavalcare un’onda che oggi accomuna tutte le principali città mondiali: l’accentramento delle risorse intangibili di un Paese (capitale e idee) dalle periferie alla città più aperta, dinamica (The Rise of the Creative Class, Florida 2002). Milano ha saputo, meglio di chiunque in Italia, montare una narrativa cool, dove lo spirito underground convive con quello high-end, e dove l’arte e la cultura sono un’appendice del business e non il suo alter ego. Milano ha creato una patina luccicante che ha creato un profondo divide tra se stessa e il resto del Paese. Forse è giunto il tempo di aggiornare questa narrativa.

Perché diciamoci la verità, metà delle persone che lavorano a Milano ti raccontano che fanno comunicazione, gestiscono eventi, lavorano a qualche improbabile start up. Ma chi produce oggi a Milano? Sì perché la produzione, intesa come creazione di qualcosa oltre alla mera esecuzione di uno spartito, è un formidabile veicolo di apprendimento e un ricordo costante di quanto può essere duro e forgiante lavorare. Un po’ come la formica e la cicala, Milano è stata per anni la cicala più bella e ha assunto che questo primato le fosse garantito in virtù di uno status quo ormai inscalfibile. La tragedia di queste ultime settimane, che ha avuto proprio nell’area metropolitana di Milano il suo epicentro, mette a nudo i limiti istituzionali ed operativi di una città che tutti credevamo troppo avanti per fermarsi.

È solo un caso che Milano abbia il numero più alto di deceduti? Molto probabilmente no. Il triste primato di Milano dipende dalla demografia della città (tra le più alte in Italia), da un serie di gravi errori commessi a più livelli lungo la catena della sanità regionale e da quell’atteggiamento ”Milano non chiude” che denota la supponenza di chi si crede immune ai mali dei comuni terreni.

Dall’altra parte dello spettro, c’è il Veneto. Il Veneto dei Veneti bevitori e sempliciotti, lavoratori e bestemmiatori, che manda i suoi figli più bravi a Milano ad imparare e a non tornare più. E proprio quel Veneto dell’ora et labora è diventato in silenzio e al riparo dal circo mediatico il vero benchmark della lotta italiana al virus, con buona pace dei sostenitori del modello Italia. Un Veneto fatto di persone che di comunicazione e gestione mediatica conoscono poco ma che si riscopre solerte e dedito a produrre soluzioni operative ed efficaci per i più. Un Veneto che per una volta ha molto da insegnare ai cugini milanesi, pur rimanendo umile e silenzioso nella sua laboriosità.

Probabilmente, a ben vedere, dovremmo essere tutti un po’ milanesi e un po’ veneti, ricordandoci che il contenitore è sempre più importante ma che senza il contenuto prima o poi si rischia di girare a vuoto. Il Veneto ha un’opportunità, un treno che non ripasserà. È forse questione di priorità: capiamo che le sagre e il prosecco siano elementi irrinunciabili della nostra identità e strumenti elettorali efficacissimi. Ora però serve di più: una politica industriale che guardi al prossimo decennio e sappia capitalizzare quanto di buono il Veneto ha prodotto in questa drammatica crisi. Non è solo questione di patina, anche se quella meneghina ha da insegnare. Si tratta di essere per una volta coraggiosi e ambiziosi. La partita di un futuro più coeso, più italiano, si gioca sui terreni di un’accademia che cambia volto (ne parleremo), di PMI che decidono tra l’eutanasia e un piano industriale concreto e sostenibile e di un ecosistema finanziario, tecnologico e startupparo meno “wanna be”. È sostanzialmente l’agenda di Pensiero Industriale, faremo la nostra parte.

Categorie: Pensieri

1 commento

Alessandro · Giugno 18, 2020 alle 7:23 pm

Convincere una certa parte di tessuto produttivo veneto (quella più ricca) ad investire – lavorare con – fornitori del territorio, invece che esportare risorse a Milano solo perché “Milano è Milano”, è sicuramente un tema, così come creare un’offerta di valore sul territorio in grado di puntare sull’efficacia e sui risultati piuttosto che sulla patina.

Riportiamoli a casa facendo rete, per riassumere con espressioni di qualche anno fa.

(segnalo che il campo “sito web” non riconosce i domini .agency)

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