Arrivare a Castel Goffredo non è così semplice. Da qualche parte tra Mantova e Brescia si trova un luogo che oggi pesa 1 miliardo e mezzo di fatturato per il sistema Italia. Il problema è che non sembra importare a nessuno. Se almeno a Manzano, capeggiati da Calligaris, avevano montato una sedia gigante per onorare il branding territoriale (tristemente rimossa un paio d’anni fa quasi a segnare il capolinea di un altro storico distretto italiano), qui i capi chini sul fatturato non fanno sconti alla narrazione, bisogna vendere le calze.

Arriviamo nella calda cittadina con “una valigia di sogni e un foglio di via” con l’obiettivo di analisi e ricerca di capire se il modello del contract innovator che stiamo stressando regge anche da queste parti. La prima cosa che scopriamo è che c’è un istituto tecnico scientifico a Brescia che si occupa di Moda, 3D e marketing: le premesse per un distretto vivo e pimpante ci sono tutte. Usciamo però bastonati e frastornati dallo scontro coesistente tra opportunità palesi e sconforto del territorio. Ne usciamo però molto arricchiti da alcune convinzioni sul distretto industriale, che non vediamo l’ora di mettere alla prova di altri territori italiani. Sono almeno 3:

  • Il distretto è un luogo fondamentalmente egoista. L’accezione non suoni negativa, semplicemente non si fa sistema. Allo stesso tempo, tuttavia, la conoscenza non codificata ed il saper fare qui fanno la differenza. Nulla di nuovo, se non che a questo mix di maestranze pure e governatori di tecnologie manca un cappello di impresa comune, un gruppo di acquisto al contrario in grado di rivolgersi a mercati strutturati. Quando giganti come Primark, H&M e Zara indicono aste al miglior offerente, il distretto non è in grado di fare lobby. Eppure i cinesi sono lontani, devono riempire i container, non sempre sanno dare quella “qualità integrata e garantita” che oggi il mercato richiede
  • Mancano il marketing e la sales strategy integrata. Ma mancano anche riflessioni strutturate sulla linea di prodotti. Marchi come Poltrone e Sofà (si vocifera la produzione sia totalmente esternalizzata, noi abbiamo trovato solo conferme parziali su un tesi di laurea pubblicamente disponibile) e La Passione (https://startupitalia.eu/119441-20191213-le-top-100-le-migliori-startup-italiane-del-2019-secondo-noi) investono sul prodotto e la comunicazione, le aziende del distretto si concentrano su una commodity che non ha i razionali per uno sbocco di mercato B2C, con buona pace delle agenzie di marketing pronte a vendere un progetto e-commerce “da 100k”
  • L’ecosistema è tipicamente paretiano, con 4 “champion” che pesano per il 75% del fatturato. Parliamo di Golden Lady, Calzedonia etc.. Queste realtà, giocano semplicemente un’altra partita.

Il turismo in Italia vale 232 miliardi di euro ed impiega il 14% della popolazione. I distretti italiani pesano circa un quarto del sistema produttivo del paese. Parliamo di circa 150 distretti che vanno dai 2 miliardi abbondanti del Prosecco ai 250 milioni del distretto della giostra di Bergantino. Eppure i distretti produttivi sembrano essere fuori moda e attirano sempre più di rado l’attenzione di media e istituzioni, più propensi a discutere di improbabili incubatori di start up e fondi di investimento governativi in nuove imprese hi-tech.
Il paradosso è che il sistema paese ha davanti le istruzioni per l’uso per mettere in fila questi ambienti e dare a questo fatturato un turbo importante, parliamo di progetti scalabili e replicabili. Secondo noi servono almeno tre elementi, ciascuno necessario ma nessuno da solo sufficiente:

  • Un approccio di analisi dell’ecosistema e branding territoriale che parli ad un pubblico internazionale
  • La valorizzazione e secolarizzazione della conoscenza non codificata, quello che noi di PI chiamiamo il “codice sorgente”
  • Un lavoro puntuale sulle competenze più manageriali e di regia

La nostra sensazione è che il futuro dei distretti italiani dipenderà più da competenze ingegneristiche che artigiane. È nelle macchine governate dagli uomini che risiede il vantaggio competitivo più che nei territori vissuti dagli artigiani. È un passaggio concettuale forte ma che ci permette di guardare ai vecchi territori produttivi con una lente diversa, fatta di nuove competenze tecnologiche che si legano alle già sedimentate conoscenze non codificate. Forse i soldi dell’ILVA ed Alitalia andrebbero impiegati dove il valore aggiunto è ancora tangibile nonostante sia sepolto sotto una velata patina di polvere. Con un make up da ballo delle debuttanti, si potrebbe riportare il Paese dove merita.

Categorie: Storie

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