Non ci interessa la campagna elettorale. Lasciamo all’Ansa svelare chi ha partorito questa frase:

“Penso a un portale dell’e-commerce per l’acquisto di tutti i prodotti italiani, garantiti, in modo da evitare piattaforme che non pagano tasse in Italia”.

Galeotto fu il Netflix della cultura italiana (che perde 7.5 milioni di euro) ma non basta, non abbiamo imparato la lezione. La canzone popolare è servita:

  • L’esaltazione del made in Italy; ci stiamo aggiungendo pure un liceo ad hoc
  • La demonizzazione del nemico straniero (sia esso un migrante o una tecnologia), senza considerare gli investimenti diretti esteri che hanno risanato e rilanciato molteplici imprese di casa nostra
  • La volontà di rimettere al centro il Paese attraverso un messaggio populista e privo di un’analisi economica seria e supportata da dati

Problemi complicati e idee sempliciotte: ecco perché il dibattito politico, in Italia, deprime; ecco, forse, perché l’Italia, coi suoi politici e anche i suoi esperti, fa spesso a ceffoni con la realtà.

L’assist è gustoso. Il portale non funzionerà per tre motivi:

  • L’investimento necessario per dare senso a una piattaforma di questo tipo è enorme e l’e-commerce è una partita in cui le barriere all’accesso sono state erette un bel po’ di anni fa. Anche volendo investire una cifra enorme, esiste un tema di logistica, di struttura del personale, qualcosa che tipicamente non può essere governato con le dinamiche “incentivanti” da camera di commercio, ma deve seguire le regole dell’impresa.;
  • Le dinamiche che generano traffico a questi portali sono le stesse usate da Amazon ed Etsy ad esempio (quindi pay per click sui principali motori di ricerca, social media etc..) e con gli stessi si andrebbe a concorrere. Si puo’ fare, certo, ma in un settore competitivo dove il modello di riferimento è il winner takes all, ci sembra una partita piuttosto complessa
  • La scala di prodotti necessaria (il catalogo) per rendere interessante il progetto sarebbe mastodontica, e non ci vediamo certo “i navigator dell’e-commerce” a convincere il mobiliere brianzolo a caricare tutto anche qui. Sarebbe semplicemente il più grande progetto Paese degli ultimi 50 anni.

Per non parlare del brand, delle traduzioni, degli ambassador, dei testi da produrre, delle landing page da ottimizzare. Non siamo convinti, siamo certi sia un’idea errata.

Morozov su Internazionale, ma anche tanti pensatori meno schierati, parlano oramai chiaramente di tecnosoluzionismo: l’idea che la tecnologia dia risposta a tutti i problemi–nella fattispecie alle difficoltà del Made in Italy sui mercati internazionali–è pericolosa quando dà la stura a pensieri un po’ pazzerelli, come mettere soldi pubblici nel prossimo portale di e-qualsiasi cosa balenato nella testa di aspiranti ministri o presidenti solitamente digiuni di questi temi.
Quello che serve al futuro governo è un quadro di riferimento e una serie di iniziative che permettano alle aziende di accedere al digitale tramite un percorso di formazione prima, accompagnamento poi e supporto nell’adozione di tecnologie e applicazione di strategie di marketing. Fossimo il futuro ministro dell’innovazione o dell’economia chiameremmo subito i rappresentanti delle tecnologie più interessanti (Salesforce, Shopify) e delle piattaforme che possono garantire distribuzione di contenuti di qualità (Amazon, Google). Se proprio volessimo dare spinta al sistema Italia sarebbe forse da progetti come Boom! che bisognerebbe partire, una startup in grado di fotografare tutti i prodotti delle aziende italiane, per poi caricarle su Amazon o sul sito aziendale, non su un desertico spazio che in alcun modo potrà garantire visibilità.

È tempo di pensare, di non sbagliare e di investire al meglio il denaro pubblico che da oggi in avanti ci costerà sempre più caro

Categorie: Storie

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