La forma blog richiede sintesi, e sintesi sia (ci spieghiamo, e magari azzuffiamo, poi nei commenti).
Fatto: Una lezione universitaria di Scott Galloway, alla Stern School of Business di NYU, vale circa 100 mila dollari. Nel dettaglio: i 170 studenti che studiano lì pagano una retta annuale che vale circa 7mila $ a singolo corso. Scott insegna 12 lezioni. Produce per l’università circa 1.2 milioni di dollari (7mila dollari per 170). Per quanto bene sia pagato, l’università ci margina un bel po’: 90 punti percentuali, dice lui, molto più delle aziende del lusso (che marginano 60%) e di Apple (36%). Ripetiamo insieme, perché siete tutti ancora lì a riempirvi di pensieri buoni (e giusti) sulla missione della formazione: sulle lezioni universitarie alcune istituzioni di livello marginano più di Pablo Escobar ai tempi d’oro del cartello di Medellin. Negli Usa chiamano Harvard un “hedge fund con un’università attaccata” (l’università serve a ottenere benefici fiscali); metà degli studenti bianchi di Harvard sono dei privilegiati predestinati per censo o muscoli; i costi mostruosi della formazione non sono dovuti a didattica e ricerca, ma a strutture, infrastrutture, campi da tennis e palestre. Sintesi brutale, ma abbiamo fatto i compiti per casa fidatevi.

Secondo fatto: per studiare dove insegna Galloway, o al MIT, Harvard, Wharton–fate voi– bisogna svenarsi. Cinquanta/sessantamila dollari l’anno, tra retta e spese varie, sono il biglietto d’ingresso a un master in Innovation/Disrutpion/You-name-it. Sulla scia di queste “school”, le università del resto del mondo si sono imbarcate in una gara al rialzo: rette sempre più elevate, schemi di accreditamento che garantiscono al “cliente”(lo studente, ma soprattutto la sua famiglia che paga) che si è in un giro “world-class” e che si troverà lavoro, processi ultra-selettivi del personale docente che fanno disperare intere generazioni di giovani precari studiosi, obbligati a pubblicare a ripetizione articoli del tutto irrilevanti per il mondo della pratica (le aziende) ma importantissimi nel concorso di bellezza perenne che governa le carriere accademiche.
Tu che sei un genitore, hai figli adolescenti, vuoi dare loro un futuro, che cosa fai? Ti indebiti, se serve: la promessa di queste scuole è irresistibile. Studiare il business da presunti grandi esperti, entrare in un giro importante, avere un accesso privilegiato a delle relazioni che lanceranno tua figlia nel mondo del lavoro a 6 cifre.

Va avanti così da almeno 20 anni, nulla di cui scandalizzarsi. È arrivato il Covid però, e qualche cosa scricchiola nel meccanismo. Senza ridurre le rette né dare chissà quali aiuti agli studenti, le università hanno deciso di passare i propri corsi online, per qualche settimana, un semestre, ora per un anno intero. Capiamoci: ne va della sicurezza e della salute pubblica, quindi che restino chiuse e che si faccia lezione online; tuttavia non si può ignorare un fatterello: le università hanno incassato in anticipo delle rette vendendo un prodotto (la didattica in classe, il campus, le biblioteche, ecc.) che oggi sono costrette a cambiare portando tutto online, senza restituire un euro. Nel Regno Unito è arrivato fino al parlamento il lamento degli studenti che vogliono i soldi indietro: la didattica a distanza, senza i fronzoli, la vita di campus, l’odore e l’illusione del privilegio, è una commodity, una specie di versione “glorificata di Skype”. Non vale quel denaro, soprattutto se parliamo di business education.

Qualche politico sembra voler dare retta agli studenti, suggerendo che sì, gli studenti dovrebbero aver diritto a un rimborso. Avvenisse davvero, parecchie università e business school salterebbero. Harvard, Stanford e compagnia d’elite possono continuare a caricare altissimi prezzi d’entrata: decine di migliaia di persone di tutto il mondo vogliono una credenziale con il loro logo impresso, costi quel che costi. Anche se decuplicassero i nuovi studenti, ne lascerebbero fuori legioni ogni anno. Possono continuare a vendere i loro master online allo stesso prezzo delle attività in presenza. Ci interessa però il resto del mondo: il resto delle business school non “top” (o delle università), quelle che hanno pescato a strascico sulla scia di queste poche eccellenze. Sono di fronte a un pericolo esistenziale e si divincolano disperate alla ricerca di buone ragioni per far stare buoni i propri studenti e le loro famiglie.

La verità è che il re ora è nudo e dobbiamo tutti fare i conti con un modello di education che ci è sfuggito di mano. Possiamo chiamarla finanziarizzazione del sistema educativo o puntare il dito contro le grandi scuole americane che hanno inaugurato un nuovo modo di pensare alle università; oppure prendercela con le migliaia di università follower che anziché cercare una loro identità e posizionamento nel mercato hanno preferito scimmiottare acriticamente il business model dei cugini più grandi overseas. Resta il fatto che il vaso di Pandora è stato scoperto e ci attendiamo (saremmo attesi) una presa di posizione netta da parte delle istituzioni pubbliche a cui nel bene e nel male le università debbono comunque render conto. Non sappiamo come usciremo da questo cul de sac ma pensiamo sia giunto il momento di ripensare le business school in maniera radicale. L’offerta “a basso contenuto di grassi” è già sul mercato. Scomodiamo un conosciuto, Marco Montemagno, che fonda competenze.it . È vero che uno studente ad oggi non sceglie di formarsi li dopo le scuole superiori, ed è vero che non basta una “università di Google” per attirarlo. Ma se dovessero congiungersi due astri (quello della nonna che non spinge più per un titolo accademico e quello dell’offerta formazione + lavoro sicuro da queste big tech), il rischio che il magma cominci a muovere forte potrebbe esserci, presagio di eruzione del sistema.

Da dove ripartire? Dal prodotto, ad esempio, e non più dal brand. Da un’offerta di contenuti veri, applicabili e spendibili nel mercato. E da un nuovo approccio verso lo studente, più trasparente e meno sensazionalista, magari abbandonando facili slogan environment-friendly e gender neutral per formare una coscienza critica in chi domani sarà chiamato a guidare un mondo volatile e complesso. Lungi da noi il voler essere nostalgici e antiquati, ma dopo anni di sbornie e di programmi didattici che sembrano business plan, crediamo sia giunto il momento di tornare alle radici di questo servizio essenziale: educare e formare nuove generazioni attraverso un’offerta didattica pragmatica e soprattutto onesta. Non siamo ottimisti ma faremo la nostra parte.

Categorie: Pensieri

1 commento

Lorenzo Gui · Gennaio 11, 2021 alle 10:41 pm

Onestà è creare una offerta centrata anche sullo studente e non solo sugli interessi di ricerca del docente. Ricordo corsi di laurea per city managers quando in Italia in un ruolo similare c’erano forse due persone.
Inoltre gli stessi docenti che proponevano il corso dicevano che in Italia eravamo indietro e dubitavano alquanto le cose sarebbero cambiate.
A quel punto alzai la mano e chiesi come mai proponessero un percorso professionalizzante per una professione che dubitavano sarebbe decollata.
Nell’aula calò il gelo. Si disse che l’università deve anticipare ed essere visionaria.
Ora, non voglio lapidare i visionari, ma se tendo a chiederti sempre più sforzi finanziari, un po’di sforzo in direzione del reale mercato del lavoro credo vada perseguito.
Quando insegno alcune pratiche manageriali o sistemi complessi, cerco di non illudere gli studenti rispetto al paese dei balocchi: ragazzi queste cose sono fichissime ma vengono implementare dallo 0,01 delle aziende; ottimo che le conosciate, ma sappiate che nel 99 per cento dei casi si lavora in quest’altro modo.
Onestà è dare le basi prima dei merletti. Gli strumenti prima delle recensioni sugli strumenti. I concetti prima delle visioni.
Le magnifiche sorti e progressive saranno il futuro dei nostri figli? Nel dubbio, prepariamoli con onestà a un mondo complesso e spesso contraddittorio.
Complimenti per il post. Penso che le business school continueranno a essere importanti e richieste. Ma mi aspetto studenti col coltello fra i denti. Io cerco di offrirvi un percorso di valore e confido che alla fine non mi pugnalerete.

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