Arrivando a Mendoza da San Rafael si ha subito l’impressione di entrare in un luogo familiare. Luigi Bosca, Roberto Bonfanti, Zuccardi, sono nomi di alcune delle svariate bodegas locali che portano il nome di fondatori italiani. Gente come Giovanni Giol, che a fine ‘800 arrivava a Mendoza dalla provincia di Treviso e in meno di vent’anni dava vita a una delle produzioni vinicole più importanti del paese. Nonostante la legacy italiana in Argentina rimanga ancora un tratto evidente della storia socio-economica di questo paese, nella valle dei vini di Mendoza si incontrano oggi tracce di investimenti stranieri provenienti da più paesi, USA e Francia su tutti. Grazie anche alle risorse economiche e al know-how in ingresso dall’estero, la qualità dei vini argentini è cresciuta rapidamente negli ultimi quindici anni. Oggi Mendoza non è più solo sinonimo di Malbec ruffiani a basso costo, ma è sempre di più terra di sperimentazione dove si incontrano molteplici varietà francesi come merlot, pinot noir e petit verdot e italiane come il montepulciano. Più in generale, visitando alcune delle produzioni locali si ha l’impressione di essere di fronte a un settore in forte espansione e caratterizzato da un grande fermento imprenditoriale. Nulla a che fare con il cliché tipico dell’industria argentina, fatto di sussidi statali, chiusura alla competizione internazionale e inefficienze di mercato. Oggi l’upgrading delle imprese vitivinicole di Mendoza si può osservare attraverso diversi parametri:

– Gli svariati riconoscimenti internazionali assegnati negli ultimi anni a vini premium domestici come i 100 punti Parker ottenuti dal Gravascal 2018 di Zuccardi;
– Lo sviluppo architettonico di aziende vitivinicole che oggi ospitano ristoranti sofisticati, come il Ramos Generales dello chef stellato Mallmann presso la bodega Kaiken o il ristorante della cantina franco-argentina di Alta Vista;
– La messa a punto di una struttura ricettiva per il turismo internazionale, con prenotazioni e degustazioni prenotabili online e tour offerti in lingua inglese e portoghese

Insomma, dopo alcuni giorni a Mendoza si ha la sensazione che il vantaggio competitivo di un numero consistente di imprese italiane del vino corra il rischio di erodersi nel prossimo futuro. Visitando la zona del Collio non più di due mesi fa ci aveva infatti particolarmente colpito la discrepanza tra vini di alta qualità e l’assenza di investimenti in attività di supporto alla produzione locale – marketing, ricezione, distribuzione, integrazione dell’offerta di vino e cibo a livello locale. Certo, il Collio è solo una piccola parte della complessa rete di produttori vinicoli italiani, ma il timore che rimane è quello di industria domestica fatta di molti micro produttori ancorati a modelli di business sempre più obsoleti e incapaci di difendere le proprie quote di mercato nell’affollato scenario globale.

Eppure da Mendoza ci giungono quasi inaspettatamente una serie di segnali di fiducia e speranza che testimoniano la resilienza e competitività di una parte dell’ecosistema del vino italiano. Curiosando tra i macchinari produttivi nelle cantine argentine abbiamo scoperto la presenza di un numero rilevante di fornitori italiani, come i veneti Velo, Della Toffola e Enoveneta. Strumentazioni produttive che ci confermano la grande capacità dei produttori della meccanica veneta di crescere assieme all’industria del vino locale e di imporre la propria tecnologia in mercati lontani e complessi come quello argentino. Della Toffola e Enoveneta rappresentano un modello di upgrading ‘collaterale’, che si nutre della complessità di un’industria domestica variegata e altamente frammentata per sviluppare soluzioni ad alto valore aggiunto. Mentre gonfiamo il petto di fronte alle storie di successo di un pezzo della nostra industria B2B, avvertiamo un senso di disagio nel ricordarci come la maggior parte di questi campioni dell’industria italiana venga largamente ignorata dall’accademia e dai media italiani. Nella complessa economia globale, una fonte rilevante del futuro vantaggio competitivo delle nostre imprese giungerà proprio dall’intersezione tra diversi settori industriali. E la meccanica sembra essere un elemento imprescindibile nelle traiettorie di upgrading di molti comparti del Made in Italy.

La chiusura classica di un post “alla Pensiero Industriale” suonerebbe così “Forse varrebbe la pena iniziare a dedicare a questo asset strategico della nostra economia l’attenzione che merita”. Quello che però vogliamo comunicare è il continuo ripetersi di alcuni pattern che ormai osserviamo con chiarezza:

  • Internazionalizzazione (e trasformazione digitale) come elementi trainanti dell’impresa italiana
  • La meccanica di dimensione PMI sembra essere uno dei settori industriali, assieme all’alimentare, che più eccelle in tal senso
  • Esiste un comparto “gastro eno turistico” che ha però illuso un po’ tutti grazie ad outlier di enorme portata come il prosecco
  • Esiste un saper fare che non riesce ad emergere (dal Collio alle calze di Castel Goffredo) forse anche a causa della debolezza consorziale di questi attori

La nostra sensazione è da questi e pochi altri punti possa emergere un’agenda paese talmente seria da disegnare l’economia del futuro.

Categorie: Storie

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