A Pensiero Industriale ci siamo presi una piccola pausa di riflessione. Gli accadimenti in Ucraina ci hanno imposto un doveroso silenzio. C’è tuttavia un aspetto economico che la tragedia in corso ha esacerbato e che ci invita a rimettere in moto la testa: la fragilità delle catene di fornitura globali e il suo impatto sull’inflazione. L’equazione è lineare e semplice da comprendere: le forniture globali di energia, materie prime e beni intermedi da qualche mese funzionano ad intermittenza causando un contingentamento dell’offerta che a sua volta spinge i prezzi in alto. Al netto delle misure speculative adottate da alcune imprese che si trovano oggi tra i fortunati possessori di beni scarsi, il risultato di questa equazione è un significativo aumento del costo della vita.

Sintetizziamo il quadro: in questo momento – in realtà da un po’, la guerra ha fatto deflagrare tendenze in atto dal 2020 – i prezzi stanno crescendo velocemente senza che ciò si traduca in un parallelo rialzo dei salari. Anzi: negli ultimi mesi abbiamo girato un pezzo d’Italia e ci siamo confrontati con diverse figure professionali operanti in diversi settori, dal fashion al retail e dalle startup alla manifattura industriale; abbiamo parlato con imprenditori, manager, quadri e operai e, con la sola eccezione di qualche dirigente, abbiamo raccolto un lamento comune: in Italia non si guadagna. Anzi: i salari sono seriamente erosi dalle tensioni attuali. Full stop.

Parliamo di numeri. Un junior analyst a Milano ha una retribuzione media mensile di 1400-1600 euro; un quadro con dieci anni di esperienza nella distribuzione o nel retail guadagna tra i 2200 e i 2800 euro netti al mese. Poi ci sono bonus e premi, certo, ma per ora concentriamoci sul monthly takehome. Queste figure professionali sono spesso ultra-qualificate e lavorano presso gruppi multinazionali che, bilanci alla mano, generano utili con continuità. Se spostassimo la lente d’ingrandimento su settori a minor valore aggiunto (ad esempio la produzione di legno-arredo o l’agricoltura) ubicati in geografie secondarie (quindi distanti dalla iper-produttiva Milano, citando i lavori del celebre economista Enrico Moretti), ci troveremmo di fronte ad una situazione ancor più difficile. Certo, si dirà, il costo della vita a Nord-Est o a Torino non è quello di Milano. I salari, però, si aggiustano di conseguenza e il potere d’acquisto rimane invariato. Un esempio anche qui: un analista finanziario di provincia tra i 35 e i 40 anni guadagna in media tra i 1800 e i 2200 euro.

Insomma, il problema è serio e diffuso. In Italia è difficile guadagnare bene. Eppure si vive bene, qualcuno farà notare dopo aver letto per esempio gli scritti di Ricolfi che ha analizzato questo paradosso tutto Italiano. Perché, dunque, si guadagna così poco? Proviamo ad abbozzare un ragionamento. Crediamo ci siano almeno tre ragioni alla base di questo problema:

1) L’Italia soffre da anni di bassa produttività (ne parlò il premio Nobel Krugman qualche tempo fa in un bell’editoriale sul NYT). Questa dipende da vari fattori, tra cui la burocrazia che ingessa il mercato del lavoro, i bassi investimenti in asset e attività ad alto valore aggiunto e un sistema tributario pesante e cervellotico. È un tema quello della bassa produttività che ci rimanda all’annoso dibattito sulle mancate riforme strutturali nel nostro paese e che non crediamo sarà risolvibile nemmeno con i miliardi in arrivo dal PNRR.

2) Esiste un problema di malfunzionamento del capitalismo contemporaneo. È un problema ben riassunto dal differenziale di salario esistente tra manager vs. quadri o lavoratori entry level o meno qualificati. Non siamo Tyler Durden tutti intenti ad abbattere il capitalismo contemporaneo, per di più tramite un blog, tuttavia è palese che qualche cosa si è rotto se la retribuzione di un CEO o CFO è pari a 10-15 volte quella di un suo collaboratore. Siamo di fronte al modello del gatekeeper: chi entra nel gotha della finanza o del management difende il proprio status quo e diventa di fatto intoccabile fintanto che gli shareholder vengono remunerati. Chi sta sotto il vertice della piramide lavora (spesso di più) e si lamenta. Ma è un lamentarsi vano, perché in un mercato del lavoro statico e ingessato le vie di fuga sono poche e il potere di negoziazione basso.

3) Abbiamo troppi settori zavorrati da imprese che si basano su business model obsoleti e inefficienti. I settori industriali tendono a maturare nel tempo e cosi facendo spostano la leva competitiva sul prezzo. Il prezzo riduce i margini e quindi gli utili. Girano meno soldi per tutti, non è una questione di posizionamento nell’organigramma aziendale. Fino a qualche anno fa il nero garantiva un po’ di extra liquidità che spesso veniva redistribuita in azienda (riportiamo meramente dei fatti, sia chiaro). Nel settore della produzione di beni intermedi per il legno-arredo, molti subfornitori lavorano con marginalità tra il 3 e il 4%. È evidente che prima o poi la marea salirà.
Servirebbe innovare, aggiungere nuovi prodotti, investire sulle tecnologie applicate ai processi per abbattere i costi e recuperare marginalità e pensare a nuovi modelli di business. Abbiamo scritto in passato di startup plugin. Secondi noi è un modello interessante e agile per evitare la commodity trap, ma ancora troppo poco diffuso.

Sono tre fattori complessi e ingombranti, ma crediamo sia inutile nascondersi dietro una foglia di fico. Il PNRR è doping che presto svanirà e il risparmio privato dei nostri padri prima o poi andrà ad esaurirsi. Serve ripensare profondamente il modello economico e industriale di questo paese. Ognuno faccia la sua parte. Noi nei prossimi mesi proveremo a fare la nostra.

Categorie: Pensieri

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