In questi giorni guardiamo inermi la devastazione prodotta da un nemico subdolo e invisibile. Viviamo vite intrappolate, società ed economia sono ferme, ghiacciate, in uno stato quasi comatoso. Pullulano narrazioni consolatorie: cambierà tutto, tutto sarà diverso, appena usciremo da questo incubo. Uno degli assi sui quali, secondo molti, ci ripenseremo completamente è quello della globalizzazione: il prossimo mondo, quello del post-virus, sarà giocoforza meno globale. Ci piace pensare diversamente, come spesso accade. La pandemia è, paradossalmente, il risultato di un modello di integrazione globale sostanzialmente incompiuto. Ha certamente origine in Cina, tuttavia la diffusione mondiale del coronavirus ha radici ben più profonde ed è stata abilitata anche dall’assenza di chiari e condivisi modelli governace globali. La mancanza di una struttura sovranazionale che regoli le transazioni e i rapporti tra paesi diversi non è una una novità. Persiste almeno dal 2001, quando la World Trade Organization di fatto fece entrare la Cina nel commercio mondiale senza tuttavia mettere a punto delle regole d’ingaggio condivise. La guerra commerciale in atto tra Cina e Stati Uniti è il risultato di anni di free riding, culminati con il trasferimento tecnologico da Ovest ad Est e con la leadership cinese nella nuova tecnologia del 5G.

È fin troppo semplice osservare come manchi un’azione coordinata tra i diversi Paesi afflitti dalla pandemia: manca addirittura tra le regioni di uno stesso Paese, figurarsi a cavallo dei confini. La World Health Organization, l’organo a capo della direzione sanitaria dei Paesi delle Nazione Unite, si è dimostrata fin qui non all’altezza della situazione, riconoscendo solo tardivamente la magnitudo dell’emergenza sanitaria in corso e limitando così facendo la possibilità per i singoli Stati di adottare misure di contenimento proattive. L’importanza di modelli di governo sovranazionali ci è stata in primo luogo confermata dalla gestione della crisi finanziaria del 2008, dove il coordinamento tra diversi Paesi ha permesso il contenimento del contagio avviato dal default di Lehman Brothers. La lezione del decennio scorso ci ricorda come l’elevata interdipendenza tra Stati maturata attraverso l’ultima globalizzazione necessiti di schemi condivisi di gestione delle crisi internazionali.

Non è una provocazione: è una presa di coscienza di fronte ad uno dei grandi problemi dei nostri tempi. Negli ultimi vent’anni la globalizzazione ha portato enormi benefici a miliardi di persone nel mondo, a partire dal nostro Paese che esporta merci e servizi per 500 miliardi nel mercato internazionale. Come ogni fenomeno dirompente, anche la globalizzazione ha bisogno di regole e strutture antishock. La crisi che si sta consumando in questi giorni richiama con forza il bisogno di investire in un modello di governace comune che prescinda dagli umori e dalle priorità dei singoli Stati, dai populismi e dalle mattane di chi è spesso metto a comando dei governi da cittadini stanchi, svogliati e ormai poco abituati a pensare alla complessità del mondo in cui viviamo. Insomma: bisogna rivedere, non cancellare, il modello di globalizzazione che abbiamo conosciuto fino ad oggi, che ha garantito due decenni di prosperità economica mai registrati prima.

La chiamata autarchica cui molti stanno facendo riferimento potrebbe avere a nostro avviso interessanti risvolti sanitari; la voce del troppo esposto Burioni è “meglio privato della mia privacy che morto”, mentre si riferisce a droni e tamponi. Se quindi in un momento di emergenza vale tudo, Schengen sospeso e frontiere chiuse, è altrettanto vero che una regia globale potrebbe portare a una ridistribuzione ragionata di quel reddito che è necessario per sopportare un burden, per dirla alla Federico Buffa, che è sempre più rappresentabile come un cerino che gli stati vanno passandosi. L’economia di mercato sarà, che lo si voglia o meno, difficilmente discutibile nei prossimi anni. Imporrà alle nostre imprese una riflessione sulla dimensione di rischio e non solo di potenzialità dei propri luoghi di sbocco. La domanda cinese è in ripresa? Conviene fare all-in su pochi mercati o muoversi velocemente per avere piccole quote in molti mercati e bilanciare il rischio? Abbiamo competenze che possono essere trasportate verso la produzione di nuovi beni e servizi (dal tessile alle mascherine, dal trasporto ai servizi di gestione degli spazi per un mondo a misura di social distancing)?

Chiudersi al mondo non può essere la soluzione, specialmente per un’economia in difficoltà come la nostra e visceralmente ancorata all’Europa per più debito pubblico e ad una parte rilevante dei paesi OCSE per l’export. Che ruolo vogliamo giocare nello scacchiere economico del futuro? Saremo ancora i cugini insolenti dei nord europei, quelli di cui proprio non ci si può fidare? Saremo in grado di smettere di vergognarci di essere italiani? Noi crediamo che la tragedia che si sta consumando in questi lunghi giorni primaverili ci lascerà in eredità delle domande importanti, a cui questa volta dovremo dare risposta. Perché possiamo anche non imparare dai coreani o biasimare gli olandesi, ma ciò non ci renderà italiani migliori.

Potevamo essere chiusi, abbiamo scelto di aprirci al mondo. Purtroppo l’abbiamo fatto a metà: anche se si dice che con la testa in frigo e i piedi in forno la temperatura media è gradevole, a noi scoppia la testa e scottano i piedi.

Categorie: Pensieri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *