Denver in Colorado è diventata negli ultimi anni la capitale americana del legalized weed, marijuana legalizzata ad uso e consumo di tutti. A Denver la cannabis è diventata il fulcro di un nuovo cluster industriale, dove assieme al turismo e al consumo ‘from plant to table’ si sono aggiunti negli ultimi mesi originali produzioni di CBD oil (il principio attivo che assieme al THC si estrae dalla pianta della cannabis ma che a differenza di quest’ultimo non ha effetti psicotropi) e cosmetici anti-ageing. Tutto in America è black or white, big or small. Anche la droga. Se il Colorado da un lato è diventato apripista di un nuovo approccio al consumo delle cosiddette droghe leggere, altri Stati sono oggi alle prese con migliaia di morti da overdose di oppioidi. Specialmente nel Mid-West e del South East, il consumo di oppioidi ha creato negli ultimi anni delle nuove crisi umanitarie. Si stima che nel 2017 siamo morte di overdose in USA 70.000 persone, 700.000 negli ultimi 18 anni.

Il consumo di oppioidi ha delle precise geografie e si consolida lontano dai centri urbani e dai celebrati hub dell’innovazione americani. Si consuma eroina prevalentemente in Stati come il Kentucky, il Michigan e il South Dakota. In quest’ultimo stato, scrive The Economist settimana scorsa, ci sono oggi contee dove le aspettative di vita sono inferiori al Sud Sudan. Al Sud Sudan. Il consumo di oppioidi è legato alle condizioni economiche di chi ne fa uso, pezzi di popolazione che vive al di sotto delle soglie di povertà (circa 40 milioni di persone, il 12% del totale della popolazione USA) e che non ha alcun accesso alla safety net, pilastro del welfare sociale di qualsiasi economia mondiale che si consideri sviluppata e sostenibile. Ma il punto è proprio questo: il modello capitalistico americano di sviluppato e sostenibile non ha proprio nulla. Anzi, ha la grandissima capacità di prenderti per il culo e di farti credere il contrario (business roundtable anyone?)

Mentre migliaia di persone muoiono di overdose, somewhere nella West Coast si gioca a monopoli con i soldi di qualche business angel o venture capitalist, fantasticando sviluppi improbabili di nuove start up che salveranno le balene dalla plastica. Il sogno è dichiarato: creare nuove start up, rigorosamente high-tech heavy e dal nome hipsterico, che in qualche anno si trasformeranno in luccicanti unicorni bianchi (start up con valutazioni di mercato pari o superiore al miliardo di dollari). Ok salvare il mondo e i cetacei, ma prima è bene pagare le cedole agli investitori e puntare ad una exit (cessione della maggioranza delle quote a un soggetto terzo) o ad un IPO (quotazione in borsa). Con i soldi che avanzano ci si può fare una Tesla e un viaggio in Sud Sudan a salvare bambini africani. Sud Sudan, perché Cleveland a parte LeBron James non è cool e tantomeno esotica.

Non sappiamo quale sia il prossimo modello di capitalismo che si farà strada. Dubitiamo che siano Greta o la Ocasio-Cortez ad indicarci la via (con buona pace del The Guardian) ma restiamo convinti che il capitalismo a stelle e strisce sia finito. È fallito il libero mercato e la capacità di questo paradigma economico di distribuire ricchezza o perlomeno di offrire a tutti la possibilità di farcela. The land of opportunities, appunto. Dove oggi si termina un bachelor in una buona università con un debito di 300.000 dollari. O dove, se si ha la fortuna di essere nati nella famiglia giusta, si può andare a giocare a dadi a Las Vegas o nella Silicon Valley. Attenzione però a nascere in Kentucky. Là, dicono, giri robaccia.

Categorie: Pensieri

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