Elisabeth Holmes, la founder di Theranos, è sui giornali da settimane. La sua storia in pillole: una diciannovenne (allora) dropout di Stanford, dalla forte personalità, avvenente, vende tra il 2003 e il 2013 a finanza, ai media e al circo dell’innovazione un kit diagnostico rivoluzionario. Low cost, con una goccia di sangue è in grado di fare 240 diverse analisi per cui prima servivano diverse provette. Il sogno bagnato del biotech. Problema: era tutto falso. Meglio: era tutto basato su premesse che non tenevano. Holmes non ammette la disfatta e costruisce un castello di storie e sotterfugi tipico del fake it till you make it della Silicon Valley. L’elite finanziaria e i media la lodano, Theranos raccoglie centinaia di milioni di dollari di finanziamenti, Holmes diventa il bel viso nuovo degli upstart high-tech valutato 9 miliardi di dollari.
(Inciso: tra i milioni di commenti sul caso, ancora latitano quelli che dicono una cosa tanto banale quanto evidente, cioè che la Holmes era femmina in un mondo di uomini, l’omaggio ideale alla retorica della gender equality per il gusto della gender equality. Ne riparleremo).

Il Wall Street Journal prende la startup di mira, ne smonta ferocemente la storia fino allo show down in tribunale. Avanti veloce: Holmes è stata giudicata colpevole di una serie di capi d’accusa e sconterà, sembra, diversi anni di galera. Il miglior commento all’intera vicenda lo scrive Scott Galloway: «Holmes andrà in prigione perché ha frodato gli investitori, nello specifico membri importanti dell’aristocrazia della Valley e della global elite, non per aver frodato dei pazienti […] Le nostre leggi riflettono i nostri valori, chi teniamo in considerazione, chi è prezioso e ha bisogno di protezione. Negli Stati Uniti abbiamo deciso che la legge deve essere uno strumento a difesa delle grandi corporation e di vecchi e ricchi investitori. Le famiglie dell’America rurale stanno seppellendo gente in overdose di oppiacei? Vaffanculo, affari vostri. Nessuno dei Sackler andrà mai in galera».

Galloway, come al solito, è vivace e ruffiano: è tra i pochi a “difendere la Holmes”, critica l’elite essendone parte, scrive con una penna puntuta e divertente. Rileggendo la storia di Holmes controcorrente, sostiene l’ethos startupparo della Valley. L’imprenditore, secondo il suo pensiero, è qualcuno che crede in idee e modelli di business che non hanno senso finché non succedono. Non è che l’imprenditore sia un mentitore di natura, dice: crede a qualcosa di impossibile perché pensa, moderno demiurgo in dolcevita nero, di poterlo far succedere. Le aziende di maggior successo nel tech in fin dei conti si sono basate su tecnologie inesistenti e Bill Gates vendeva un sistema operativo che non esisteva. Magari, sempre secondo Galloway, con 5 anni in più a disposizione Holmes avrebbe potuto validare l’idea o fare un pivot e inventare un sistema diagnostico efficacissimo per le infezioni polmonari. L’innovazione, insomma, come la letteratura, richiede una volontaria sospensione dell’incredulità: ci saranno vittime qua e là, ma in buona fede e per un fine altissimo.

A noi qui, questa storia provoca prurito. Sì, l’imprenditore/innovatore è la persona ostinata che porta a mercato qualcosa che sembrava non poterci o doverci arrivare. Unisce i puntini in modi che altri, spesso, non riescono a immaginare o semplicemente reputano stupidi, ma i puntini devono esserci. Un conto è la visione, un altro l’alchimia: il piombo, che ci si ostini o meno, non diventa oro. Non c’è “visione” che tenga su gli aerei a 10mila metri: ci sono le leggi dell’aerodinamica e una scienza che le ha formulate e validate. C’è soprattutto un percorso lungo anni e anni di batti e ribatti tra scienza e inventori, e tutta una serie di momenti della verità nel mezzo. Theranos, sin dall’origine, era stata battezzata come “inesistente” da una scienziata di Stanford indispettita dall’arroganza della startuppara bionda e dall’ignoranza degli investitori che la sostenevano. In un mondo inondato da liquidità, il bel discorso di Galloway rischia di scatenare il più insopportabile degli sprechi: tonnellate di denaro investite –in nome della “visione” e di quest’idea di imprenditori che sconfiggono le leggi della medicina, della gravità e dei mercati– in iniziative per cui già oggi la scienza pronuncia sonore bocciature, o peggio, nella ennesima, iperfinanziata replica di qualche piattaforma. Diciamoci la verità: se vi capita di frequentare business plan competition, quanti Q&A inutili avete visto fare intorno a pitch della ennesima “Netflix dei libri di testo”, la “Uber di non so che”, la prossima AirBnb che rilancerà il turismo in Italia?

Vestire il fallimento da apprendimento è un modo costoso per fare qualcosa che costerebbe decisamente molto meno: fermare sul nascere cose che per certo non hanno senso e a dirlo sono la scienza, l’esperienza e un po’ di sano realismo (dai: la prossima AirBnb in Italia?).
Esiste sicuramente un bacino di giovani (e anche meno giovani) di talento che possono inventarsi cose nuove. Non delle startup, non delle scale-up: di sicuro delle soluzioni per imprese che in molti settori affrontano sfide da far tremare i polsi, dall’incertezza alle follie delle catene del valore, dalla ottimizzazione dei processi al tradurre in valore il potenziale del digitale, dalla sostenibilità di cui si parla nei salotti e nei paper di accademici annoiati (ma su cui non si fa granchè) a mille altre grandi sfide. Non serve montare dei circhi pacchiani: serve far conversare ricerca e imprenditori, serve disporre di infrastrutture condivise, serve semplificare e far andare spedite le cose, serve capitale paziente. Gonfiare l’ego di ragazzini con sempiterne sessioni di design thinking e business model canvas, post-it a vagonate, pitch, percorsi di accelerazione e tutto il caravanserraglio stucchevole del mondo startup oggi ci sembra un peccato imperdonabile.

Categorie: Pensieri

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