Dublino, 17:00 di un venerdì di marzo. Un giovane italiano ci accompagna in visita nella sede irlandese di una importante tech company americana. La visita precede la partecipazione al consueto happy hour aziendale del venerdì. Tutto è estremamente bello, di design, pulito, luminoso. Gli spazi dedicati alle attività extra-lavorative (sale per il ping pong, palestre con le docce, sale per lo svago, per la musica, cucine) superano in estensione quelli dedicati al lavoro, cubicoli dai quali decine di giovani business developer specializzati per paese e i loro account presidiano mercati di mezzo mondo. Nessuno sta lavorando: sono tutti nell’area svago, dove un ristorante in piena regola continua a sfornare piatti sofisticati. Mi chiedo se butteranno tutto quel ben di Dio. Dei frigo per la frollatura della carne contengono costate smisurate e apparentemente gustosissime. Il bar (free ovviamente) sforna cocktail a ripetizione. Vino e birra sono lì per accompagnare questa tribù tatuata e colorata di 250 ragazzi e ragazze verso il fine settimana. L’ambiente è pieno di cartelloni che inneggiano alla creatività dei giovani e al talento, quelle cose tipo “muovetevi e rompete tutto”. M, il nostro host italiano, ha appena chiuso un “deal” e l’azienda gli ha fatto omaggio di una bottiglia di champagne. In un anno e mezzo M. è passato dal fare telefonate al dirigere il business development per l’Italia e ho la vaga impressione che se confrontassimo i nostri stipendi ne uscirei con le ossa rotte.

Notte, altro interno, Nolita, locale super-cool in centro a Dublino: anche qui facce felici, giovani donne e uomini belli, sorridenti, consapevoli di sé, festeggiano risultati e aprono il week-end. In un privè, i dipendenti di un’altra tech-company importantissima stanno celebrando il compleanno di una collega. Scorgo una mia ex studentessa, brillante, ne ricordo chiaramente la tesi: A. lavora nella tech company da un anno e mezzo, sorride, ci scambio qualche battuta e colgo nelle sue parole lo stesso senso di soddisfazione e realizzazione di M.. Quando torna dalle amiche e dai colleghi la guardo e spero un giorno di svegliarmi con vent’anni di meno per avere le opportunità e la vita che stanno vivendo loro. Almeno provarla per capire com’è da dentro.

Mi chiederete: credi nell’economia di queste tech company? No. L’impressione che qui queste aziende giochino la carta della loro “coolness” per giustificare le loro complesse manovre fiscali è forte. Mi piacerebbe lavorare in un luogo del genere, in un’azienda che mi garantisce tre pasti al giorno, massaggi, parrucchiere, fisioterapista, divertimento, palestre? No, mi sembra una comunità chiusa come quella di cui parla Dave Eggers in The Circle. Ho sempre il sospetto che organizzazioni di questo tipo chiedano a questi ragazzi di rinunciare a un po’ della propria identità e indipendenza in cambio di tutto il bello che sto vedendo.
C’è un però. Avessi vent’anni oggi, fossi uno dei miei studenti, non avrei dubbi: vorrei venire qui. A lavorare e vivere in organizzazioni e città che celebrano e riconoscono, magari opportunisticamente, il valore della gioventù, della creatività, della sfrontatezza, del talento e del lavoro duro misto a spensieratezza e voglia di divertirsi. Molte, moltissime delle nostre aziende tutto questo lo rifiutano ostinatamente: la gioventù non è celebrata, il talento non è ben pagato, il lavoro è l’unica ragione per cui si condivide uno spazio. Nelle aziende ci si entra a lavorare, spesso pagati poco perché la gavetta va fatta e meglio star zitti perchè i vecchi sanno di più. Ci si passa del tempo senza l’atmosfera seducente e l’aria frizzante che ho respirato qui. Da noi spesso a prodotti di assoluta bellezza corrispondono sedi aziendali e culture organizzative orientate a sopprimere ogni manifestazione di ciò che per un giovane talento è ossigeno: creatività, divertimento, vita extralavorativa, financo cazzeggio.

A Dublino tutto puo’ sembrare talvolta un po’ forzato, però da noi tutto mi sembra congiurare affinchè i nostri giovani più brillanti scappino e non tornino più. Un giro da queste parti a prendere il buono che c’è nelle culture organizzative e negli spazi di lavoro lo farei fare ai nostri imprenditori. Una missione non per vedere tecnologie o mercati, ma anche a capire come si fanno sentire importanti le uniche risorse scarse del nostro Paese: i giovani brillanti.

Categorie: Pensieri

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