Quattro giorni in Alto Adige sono un corso accelerato sull’economia delle mele e molto altro.
In visita alla Vog, casa della Marlene, ho imparato che la mela è a rischio commodity e il mercato è un terno al lotto: costo del prodotto in mano ad agenti atmosferici e grandine (un’ossessione), insetti, potere della distribuzione, mele straniere e molto altro. Esce, un chilo di mele, a 35/40 centesimi di euro da qui. Tanto? Poco? Dipende. Un raccoglitore, tipicamente straniero, raccoglie 180 chili di mele l’ora; l’impianto di selezione, trattamento e preparazione del prodotto per la commercializzazione è un bel marchingegno pieno di macchine, alcune rudimentali, altre molto sofisticate: ci sono costi veri e certi in questi capannoni. I mal di testa sono assicurati se sei l’anello debole della catena del valore: la richiesta di miglioramento qualitativo al produttore non corrisponde a una proporzionale quota di valore aggiunto, mentre il margine va, spesso, alla distribuzione a valle. Come fare quindi a non subire il mercato? Mettendosi insieme per sedersi al tavolo coi buyer forti dei numeri e per avere le risorse necessarie a rispondere, a forza di brand e spinta commerciale, ai competitor stranieri, polacchi in primis. Vog, un insieme di 13 cooperative, conta 5000 associati, è la più grande realtà europea di produzione e commercializzazione di mele, e ha nel tempo sviluppato strategie di marca (ad esempio il brand Marlene), fornisce finanza agli associati per investimenti sui campi, differenzia l’offerta con prodotti derivati (basi per i succhi, prodotti dolciari, snack), presidia 60 mercati di sbocco in giro per il mondo.

Saliamo a mille metri. Quella stessa materia prima che rischia di valere 35 cent al chilo è alla base di un prodotto, un succo di mela speciale, che esce dai 4 ai 6 euro (con punte di 25 per delle speciali bottiglie). Kohl, azienda di Renon, coltiva lassù mele di qualità e ci fa del succo, in purezza o mescolato a bacche, frutta, verdura, aromi. È contenuto in bottiglie che a prima vista ti confonderebbero sullo scaffale dei vini. Quando non produce il suo succo, l’impianto di Kohl imbottiglia quello dei vicini di casa della Vog. Tra l’una e l’altra partita di prodotto, equamente divise, all’incirca un milione di bottiglie imboccano queste strade immerse in paesaggi da togliere il fiato. Anche qui spicca una strategia efficace per affrontare, e non subire, il mercato, con piglio e prospettiva: farci bere succo di mela a tutto pasto e intrufolarsi nei tumbler dei nostri cocktail. Intendiamoci: l’Alto Adige non è solo mele e l’ho capito nell’ultima tappa a Noi Tech Park, parco tecnologico bolzanino provvisto di una strategia di sviluppo coerente con punti di forza del territorio (food, edilizia sostenibile, alpine, automotive e digital). Qui multinazionali e startup non sono prese pur che siano–o dicano di essere–innovative: devono essere complementari al tessuto economico circostante e avere ricadute sul territorio. Presso Noi, IDM, l’agenzia di sviluppo del territorio, mi ha raccontato del marchio ombrello Alto Adige: marchio di destinazione, marchio di garanzia del luogo d’origine di prodotti e servizi e della loro qualità, vero e proprio strumento di rinforzo ai brand privati che crea un cortocircuito ben riuscito tra economia locale e paesaggio, tra industria e turismo. Due cose colpiscono del marchio ombrello. La prima è che dietro c’è una strategia: pensata, valutata, concertata, formalizzata, documentata. La seconda è la volontà di supplire ai limiti dimensionali delle realtà imprenditoriali locali facendo “sistema”: gli altoatesini vendono un pacchetto che crea un efficace gioco di rimandi e rimbalzi e consente di andare all’estero in “squadra”. Sento l’espressione “fare sistema” da 30 anni, qui l’ho vista concretizzata.

Che cosa ho portato a casa per Pensiero Industriale dalla quattro giorni di in Alto Adige? Alcune lezioni. La prima è che c’è spazio e modo per affrontare le sfide della globalizzazione e non subire i mercati senza ritirarsi in consolatorie narrative del ritorno a un passato che non tornerà più. Ho visto realtà piccole ma con enorme potenziale (Kohl), entusiaste nel raccontare di come è cresciuta la loro produzione e come crescerà. Altre grandi, Vog, che con fare determinato intendono giocare a carte scoperte una partita tutt’altro che facile con la grande distribuzione moderna e coi competitor internazionali.

Secondo: l’Italia del fare sistema ripetuto ma poco praticato, dovrebbe venire da queste parti in viaggio studio. In alcuni momenti il “collettivismo” dei discorsi e delle strategie spiegate mi ha messo a disagio. Funziona, a giudicare dai numeri.

Terzo: la politica ha contribuito decisamente alla traiettoria di sviluppo. In due modi: con la continuità (questa è stata terra di Durnwalder ed è tuttora governata da SVP) ma soprattutto con la formulazione di una visione e con la capacità di mettere al tavolo tutte le parti rilevanti per lo sviluppo di un territorio. Non è solo questione di fiscalità e tasse trattenute, ma di interpretare in modo adeguato ai tempi la politica industriale.

Categorie: Pensieri

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