Mentre la crisi di governo tiene banco e uno sport amato da molti, il retroscenismo, riempie giornali e siti web, noi proviamo a concentrarci sul nostro. Sono di questi giorni i mugugni dell’Europa sul recovery plan e sul libro dei desideri chiamato Piano nazionale di resilienza e rilancio. Il documento, lungo e articolato, sgrana un rosario di parole chiave evocative come “green”, “digitalizzazione”, innovazione. Lo sapete, abbiamo un tic qui: le parole. Usare parole a effetto su cui non si può che convenire –chi è che non vuole l’innovazione? chi è che pensa che la digitalizzazione non vada bene per le nostre imprese?– serve ai convegni e nei webinar. Se le cose vanno fatte, tuttavia, serve più di qualche riflessione e distinzione sul “come si fanno”.
Prendiamo il tema molto in voga dei cosiddetti ecosistemi dell’innovazione e dell’imprenditorialità. Il recovery plan li cita a diverse riprese come chiave per rilanciare il paese nel post-covid, così come fa il il recente Global Competitiveness Report del World Economic Forum. Le nuove imprese, le start-up, sono il motore degli ecosistemi dell’innovazione e nel suo report il WEF lamenta un raffreddamento della creazione di impresa tra i giovani di quasi tutto il mondo rivelato dalle ultime statistiche. Le startup fondate da giovani preparati e focalizzate su tecnologie “breakthrough” e sui “mercati del domani” sono l’enzima che fa reagire università e centri di ricerca di eccellenza, infrastrutture di ottimo livello e capitale alla ricerca di opportunità. Startup, innovazione, eccellenze nella ricerca e nello sviluppo, capitale di ventura. Tutto condivisibile, ma, tornando a sopra: Come?

Prima cosa: vanno evitati, a nostro avviso, l’ennesima ondata di retorica startuppara e l’ulteriore tentativo di rimettere in pista una formula che poco ha funzionato nel nostro paese, quello della incubazione di startup che fanno il verso alle nuove imprese di oltre oceano. Va invece affrontato il problema con realismo e pragmatismo, partendo da un problema fondamentale: in Italia, le startup crescono in numero ma rimangono “nane”; i sedicenti venture capitalist sono molti, ma il capitale è risorsa davvero scarsa.
A partire da quello che sembra oggi essere il problema principale dell’imprenditoria tech italiana, occorre disegnare un’agenda e un programma di sviluppo, riflettendo sui tratti essenziali e distintivi del nostro modello economico e industriale. Evitando, si diceva, di lasciarsi andare alla facile ricetta del “replichiamo (per l’ennesima volta) la Silicon Valley”. Abbiamo imparato, anche a caro prezzo, delle lezioni nel passato.

Prendiamo il Veneto, la nostra regione. Il principale hub di accelerazione/incubazione di startup in Italia, H-Farm, da qualche anno ha “pivotato” su business diversi, per certi versi più tradizionali come l’education e i servizi alle imprese. Certo: H-farm è stato ed è attrattore di talenti e creatività, tuttavia il gioco delle startup si è rivelato complicato da far coincidere con le logiche della borsa e degli investitori. Vicino a Venezia, quello che doveva essere il gateway per l’innovazione, il Vega, è rimasto un “asteroide” di cemento da anni semivuoto.
Ma cosa è accaduto esattamente negli ultimi quindici anni nel mondo imprenditoriale nordestino? What Went Wrong? Per citare un famoso saggio di qualche anno fa del premio nobel Paul Krugman. Diverse cose secondo noi.
Una sensazione forte è che abbiamo obbedito alle ingenuità dei provinciali. Fatti i soldi e incassato il successo del made in Veneto degli anni d’oro abbiamo voluto mandare i figli alla Bocconi e provare a luccicare “cool” come la Valley. Così facendo abbiamo misconosciuto e spesso rinnegato un patrimonio unico di competenze ‘tangibili’, specie nel B2B. Parliamo di meccanica (Schio), mobili (Pordenone), chimica (Marghera), tessile e calzature in conto terzi (Riviera del Brenta), biciclette (Treviso e Padova), ma anche le giostre (Rovigo) solo per citarne alcuni. Fare impresa in questi settori non solo non è più fico o distruptive, ma sembra quasi rimandarci ad un mondo in bianco e nero, da cui vogliamo svincolarci. La prova del nove è sempre la stessa: quante aziende fondate ex novo negli ultimi 10 anni conoscete in questi settori che hanno raggiunto un discreto successo? E non parlateci del telaista hipster che fa qualche pezzo di bici a scatto fisso nel garage di casa o dell’influencer di provincia che ha lanciato l’ennesima linea di costumi. L’accademia e le istituzioni spesso hanno seguito a ruota: i modelli per il trasferimento tecnologico sono sempre stati ispirati a Stanford e Tel Aviv. Qualche accenno alle scuole vocazionali, ma principalmente per riempire i fogli dei giornali locali. Insomma, tutti abbiamo avuto la nostra parte di responsabilità nell’avvio –e nel sopirsi più o meno immediato– di queste esperienze di creazione in vitro di un modello, la Silicon Valley, che qua c’entra poco.

Soluzioni? Partiamo da un fatto: una buona parte delle attività d’impresa che sono maggiormente cresciute in Veneto nell’ultima decade ha a che fare con il settore wine and food. Molto Prosecco e indotto, certo, ma anche birrifici artigianali (una settantina oggi tra Veneto, Trentino Alto Adige e FVG), aziende di trasformazione delle materie prime e fornitori specializzati in macchinari industriali per il packaging. Ambiti industriali legati a doppio filo al mondo rurale e meccanico e per questo considerati di serie ‘b’ (non serie ‘b’ d’investimenti, s’intenda) da chi di imprese futuribili si occupa o finge di saperne oggi qualcosa.
Insomma, quello che osserviamo è un mondo imprenditoriale che a fatica va avanti e che lontano dalle luci e dalle paillettes del tech ha macinato numeri e risultati nella terra dell’ora et labora. Citando il nostro Manifesto, crediamo convintamente che il futuro del fare impresa a Nord del Po debba ripartire da ciò che sappiamo fare, con l’ambizione di un’economia di scala tale da poter stare sul mercato. Senza giocare una partita di retroguardia, ma semmai pensando ad una intelligente intersezione tra nuove start up digitali e imprese e settori industriali maturi. I casi di contaminazione tra nuove imprese e settori maturi non mancano. Pensiamo alla collaborazione tra Azzurro Digitale e Electrolux, oppure al lavoro con tante imprese sulla Data Visualization portato avanti dall’italiana Statwolf.

In sintesi, crediamo che il nuovo modello di far impresa a Nord-Est dovrà necessariamente passare per il concetto di di start up plug-in: imprese di nuova generazione create in continuità con il nostro patrimonio produttivo e culturale e a supporto dei tanti campioni locali che tra un tornio e un’autoclave hanno reso il Nord-Est una delle aree con il PIL pro capite più alto al mondo.

Categorie: Pensieri

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