Agosto 2019 ha deliziato i vostri pensanti industriali. La pausa estiva di solito serve a mettersi in forma e diventare più buoni e rilassati. Noi abbiamo bevuto diversi Negroni al tramonto e siamo tornati più infastiditi di prima.

Primo obiettivo: il capitalismo “bello e buono”. Ad agosto le pagine dei principali giornali nazionali e internazionali hanno celebrato la definitiva “svolta etica del capitalismo”. 181 amministratori delegati delle più grandi multinazionali americane appartenenti all’associazione no profit Business Roundtable hanno sottoscritto un documento di 300 parole che dà il via al capitalismo responsabile e compassionevole. Dopo aver per anni professato il verbo del servire sempre e solo l’azionista (shareholder) e i suoi interessi, la Business Roundtable ha preso coscienza che le imprese devono fasi carico di tutti i portatori di interessi (stakeholder): lavoratori e clienti, comunità, fornitori, ambiente.

Professori, consulenti, opinionisti da social continuano a rilanciare queste notizie: il capitalismo brutto e cattivo ha fatto ammenda e si prepara, dopo la pausa estiva e messi via gli Yacht da 180 metri, a prendersi cura di lavoratori, fornitori, società, ambiente e clienti. L’entusiasmo li porta a vergare post pieni di inevitabilità: saranno le aziende, non la scassata politica, a portare giustizia ed equità.
L’entusiasmo per il documento ci pare stucchevole. Per diversi motivi.
Primo: non è mai andata così male. Decenni di proclami come questo cozzano contro i dati che da sei mesi ci vengono raccontati sullo stato dell’ambiente. Il mondo brucia, letteralmente (da un mese anche l’Amazzonia) e nonostante Kyoto, nonostante la corporate social responsibility e tutto il suo corredo di pratiche apparentemente così diffuse, la velocità con cui distruggiamo il pianeta e la sua biodiversità è aumentata. Sono raddoppiate le emissioni di gas serra dal 1980 e la temperatura terrestre è aumentata di un grado centigrado.

Secondo, e forse più importante. Stando ai calcoli dell’Institute on Taxation and Economic Policy, negli ultimi due anni Amazon ha pagato zero (niet, nisba, no, nothing) tasse federali (corporate income taxes) nonostante profitti record (5,6 miliardi nel 2017 e 11 miliardi nel 2018). Le tasse sui redditi che Amazon avrebbe dovuto pagare sono state più che compensate da non meglio specificati crediti fiscali e dagli sgravi legati alle stock option distribuite ai top manager. Jeff Bezos ha firmato il documento, lo ha firmato Tim Cook di Apple che insieme ad Amazon e ad altri giganti del Tech continuano a pagare pochissime tasse, se le pagano, in Europa attraverso complessi schemi di transfer pricing e sofisticate strategie.

Terzo: le dichiarazioni del gruppo di saggi Ceo sono acqua calda. Senso comune. Che un’azienda prosperi e realizzi profitti sul lungo termine servendo al meglio il proprio cliente, riconoscendo adeguatamente il talento e le capacità del proprio personale e instaurando relazioni rispettose coi propri fornitori sta scritto in tutti i manuali di strategia aziendale circa dal 1970.
Non si capisce, da ultimo, perché debbano essere gli amministratori delegati a farsi carico di definire ciò che è etico. Siamo per una sana separazione: le aziende pensino a creare ricchezza e lavoro rispettando le leggi; la società decida che cosa è etico e lo traduca in leggi e regolamenti. Le aziende obbediscano alla legge. Sembra semplice, proviamoci: se non funziona facciamo cose più complesse e affascinanti.

Che cosa impariamo da questa vicenda se vogliamo dire qualcosa che ci riguardi da vicino, che riguardi le nostre imprese? Siamo sempre più convinti di una cosa: i mercati non sono (solo) conversazioni, sono soprattutto piattaforme fiduciarie. Le aziende italiane hanno diritto a un terreno competitivo non per forza “giusto”, ma almeno sensato. Non troverete su questo blog lamentele o pareri sulla pressione fiscale del nostro paese, “you are not a tree”, se non ti piace vattene. Il problema è che qui qualcuno controlla la foresta, non è possibile e pensabile considerare l’evasione fiscale “legalizzata” un servizio di lusso per realtà in grado di permettersi costose architetture di offshoring orchestrate da grandi e piccoli consultant internazionali.

Siamo onestamente stanchi di sentirci presi in giro: tenetevi lo yoga, tenetevi lo smart working e le bacche di Goji; tenetevi le dichiarazioni fancy e gli annunci “radicali” che durano il tempo di una trimestrale. Troppe persone che fanno azienda stanno dicendo le bugie. Il primo ingrediente di un mercato deve essere una competizione ad armi pari, abbiamo già osservato troppe volte la deriva per cui il regolatore tifoso infanga l’ambiente.
Cominciate col pagare le tasse. E non dateci, per favore, lezioni di etica.

Categorie: Pensieri

1 commento

Raffaello · Settembre 2, 2019 alle 8:42 am

Armi pari .. competizioni leale , sono le regole per un mondo migliore!!

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