Uno degli effetti collaterali più evidenti della pandemia ancora oggi in corso è la crescente ingerenza dello Stato nella sfera degli affari privati. Ci aspetta, in altre parole, un ventennio di Stato imprenditore, concetto caro a Marianna Mazzucato, nota economista e ispiratrice della linea ‘interventista’ dell’attuale governo in carica. Non è contemplato il “se” a meno che non abbiate energie e fiato da perdere: rivendicare un’agenda liberista e reclamare un governo che faccia tutt’al più il garante delle regole di gioco sarà inutile. In Italia poi: un Paese a trazione “pubblica” da decenni il cui governo in carica è tornato a casa col malloppo, col sorriso e con lo “spin” di aver vinto contro i “frugali” grigi e intransigenti del nord.

Tremano i polsi a sentir parlare di stato imprenditore con i toni enfatici della Mazzucato nel paese di Ilva, Autostrade, Alitalia & co. ma a noi qui piace essere pragmatici: se questa è la traiettoria, proviamo a impostare il navigatore. Prima coordinata da tracciare: con che logiche si muove Cassa depositi e prestiti, il principale strumento operativo dello Stato imprenditore? Nelle ultime settimane hanno fatto molto rumore due operazioni: Sammontana e Corneliani. Come sempre in Italia il dibattito è grossolano e si sono confuse due azioni diverse:

  • un finanziamento per l’internazionalizzazione a un’azienda sana e in crescita (almeno così sembra) nel primo caso;
  • un “salvataggio” (disperato?) con entrata nel capitale i cui esiti, al di là del trionfalismo dei sindacati, vanno osservati nei mesi a venire nel secondo.

Le domande che sorgono sono tante. Quali criteri vengono utilizzati per dare finanziamenti, o per salvare, le aziende con i soldi dei risparmiatori italiani? Finché si parla di opportunità da cogliere (Sammontana) la questione è delicata ma gestibile: i competitor, pur incazzati a ragione, se sani e promettenti non dovrebbero avere problemi a trovare canali di finanziamento privati. Quando si tratta di aziende in crisi –e delle numerose, spesso dolorose conseguenze di mancati salvataggi– la questione si fa più delicata. Perché salvare certe aziende –e in fin dei conti certi posti di lavoro– e non altre?

Un secondo ordine di problemi sorge quando si guarda al campo d’azione che lo statuto della Cassa lascia al suo board se si tratta di investire. Con che criteri decide quali sono le “società di rilevante interesse nazionale”? La paura che ci prende, alla fine, è che ci possa essere uno Stato che decide secondo criteri ignoti su quali settori e su quali imprese mettere una fiche. La paura che monta, ça va sans dire, è che le fiche si mettano a forza di giacchette tirate, telefonate e cene piuttosto che dopo notti di analisi e controanalisi fatte da competenti tecnici. Direte: tanto Cdp risponde alla politica, quindi al vaglio di chi i soldi ce li mette in ultima istanza. Ecco: è lì che i polsi tremano incontrollabili. Perché alla fine, siamo sempre il Paese in cui il presidente di Federalberghi invita Cdp a mettere soldi in un “portale Italia” che faccia concorrenza a Booking, Expedia e alle agenzie viaggi online.
Esiste una soluzione secondo Pensiero Industriale? Non ne abbiamo a scaffale e riconosciamo che la politica industriale non è il nostro pane quotidiano. Tuttavia sono maturi i tempi per una conversazione pragmatica e sensata su come chi decide in questi frangenti debba essere “accountable”. In altre parole, responsabile. E siccome di investimenti pubblici si tratta, ci aspetteremmo un maggiore zelo da chi oggi guida questo potente canale di investimenti.

Da ultimo, e forse la coordinata più importante: mentre si prova a sbrogliare la matassa di cui sopra, preme un secondo passaggio. Davvero vogliamo lasciare ai governi e alla politica il compito di “scegliere” i vincitori, cioè i settori, le aziende, le traiettorie industriali più promettenti? A noi piace poco, specie in un contesto fatto di governanti che nella propria vita professionale hanno governato ben poco, quanto meno nell’ambito economico privato. Non perché siamo degli indomabili neo-lib o dei fan a tutto campo del pensiero dell’attuale Calenda, tutt’altro: è così complicato il mondo in cui navigano imprese e attori economici che pensare che chiunque–governo o no–possa scegliere oggi su chi investire per il domani è pericoloso. Ci piacerebbe di più sentire parlare di uno Stato che investe nei commons (infrastrutture, asset d’uso comune, formazione) piuttosto che in specifiche attività d’impresa. Ci piacerebbe, insomma, uno Stato che faccia lo Stato e che lasci agli imprenditori il pieno esercizio delle attività d’impresa. È un tema di allocazione delle risorse, che necessita dell’intersezione tra pubblico e privato e non della sostituzione dell’uno all’altro. C’è troppo in ballo, stavolta più delle altre e non possiamo permetterci di sprecare denaro pubblico in un momento tanto delicato quanto incerto.

Categorie: Pensieri

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