È ricomnciata la scuola, abbiamo riaperto le fabbriche, è ripartito il campionato. Chiudono (o quasi, Greta testimone) gli ombrelloni e con loro una buona fetta del turismo italiano, ancora legato ad una stagionalità che ci riporta ai tempi della Dolce Vita felliniana e alle famiglie della baby boom generation italiana che con la 500 si trascinavano a Rimini, Riccione, and the likes. In 50 anni di sviluppo economico italiano il turismo di casa nostra è rimasto pressoché immobile. Non lo dice e lo pensa solo chi sta dietro a questo blog, ma lo sostengono fonti ben più autorevoli come il World Economic Forum (che non sono comandati dall’Europa o da Soros e non ce l’hanno con noi). Secondo il ranking di competitività redatto per i 140 principali paesi per turismo al mondo, l’Italia si posiziona all’8 posto complessivo. Quello che sembra un posizionamento più che dignitoso nel medagliere finale, nasconde in realtà delle problematiche tanto gravi quanto irrisolte. A farci ben figurare sono infatti gli asset naturali e culturali di cui siamo abbondantemente dotati (e che Farinetti ci propone every other day), dove classifichiamo 4’ e 7’ al mondo. Mentre siamo decisamente in ritardo per sviluppo di infrastrutture a supporto del turismo, clima economico a supporto del business e competitività dei prezzi. Tradotto: abbiamo un enorme potenziale che non riusciamo pienamente a sfruttare perché non abbiamo strutture adeguate e siamo cari. Insomma, il ragazzo ha capacità ma non si applica.

Ma perché il ragazzo non si applica? Perché lo Stato è assente, non crea aeroporti, non sistema le buche in strada e i poveri albergatori pagano molte tasse che limitano i loro investimenti. Che altrimenti sarebbero ingenti, s’intenda. Balle. Bullshit. O meglio, sarà anche in parte vero, ma continuando a raccontarci questa favola ci rifiutiamo di guardare in faccia la cruda realtà. Il fatto che in Italia ci siano centinaia di migliaia di micro imprese e di pseudo-imprenditori non fa di noi un paese imprenditoriale. Tanto quanto parlare di moduli e tattica al bar non fa di noi degli allenatori. Una parte consistente dell’immobilismo del turismo italiano va ricercata nello stesso immobilismo degli imprenditori turistici. Siamo (sono) diventati dei takers, come li chiamerebbe Marianna Mazzucato, soggetti economici irrazionali che massimizzano il profitto di breve periodo sfruttando risorse date e spesso protette (pensate alla vergogna delle concessioni balneari, ad esempio). Venezia è in questo senso un perfetto case in point: zero innovazione, poca qualità e trasparenza e un business model incentrato sulla massimizzazione degli incassi garantiti da orde di turisti vomitati in laguna da mostri del mare e aerei low cost. Possiamo fare copia e incolla dello stesso modello spostandoci nel litorale dell’alto Adriatico, dove sono turisti tedeschi e austriaci a riempire vecchi hotel démodé e a garantire che la ruota continui a girare.

Questo modello ha però dei side effect: nel regime economico dei takers si fa poca innovazione perché la domanda è data e perché si e’ protetti. Tuttavia, accade talvolta che anche contesti economici protetti vedano alterare il proprio equilibrio da shock esogeni. Volare nel mondo, ad esempio, costa meno. E se da un lato questo garantirà maggiori afflussi di nuovi turisti globali attirati dall’icona di Marcello Mastroianni in sella ad una vespa, i turisti di qualità rischiamo di lasciarli agli altri. I turisti di qualità siamo in primis noi italiani, sia ben chiaro. Che sempre di più ci rifiutiamo (giustamente) di pagare 200 euro per una notte in un anonimo hotel jesolano e preferiamo aspettare e magari andare in Grecia, dove alle risorse naturali date stanno aggiungendo strutture balneari che neanche a South Beach. La domanda, insomma, qualifica l’offerta. Lo ha sempre fatto e non scopriamo nulla di nuovo. Scopriamo invece che anche di fronte a quello che dovrebbe essere buon senso, l’imprenditore italiano sceglie quasi sempre la low road. Che costa meno, certamente, ma che ci condanna tutti a vivere di un turismo fatto di takers e sempre meno di makers.

Categorie: Pensieri

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