Mercoledì è mancato Joey Jordison, una delle anime degli Slipknot: un gruppo nu-metal che ha ridefinito le regole del rock. Gli Slipknot sono nati a Des Moines, in Iowa. Non c’era nessun motivo credibile per cui Des Moines, il Mediocristan degli Stati Uniti, desse i natali a una band così. Direte: che c’entrano gli Slipknot con Pensiero industriale? Dateci 5 minuti.

Des Moines è la Pordenone degli Stati Uniti. Se vi diciamo “punk”, 9 persone su dieci penserebbero a città come Londra o, i più sofisticati, a Detroit. In Italia direste Milano, dove tutto accade, o Torino, dove c’erano i Negazione. E invece no: Pordenone, provincia italiana tutta strade, capannoni, vino bianco da poco e campagna. Lì nacque e si sviluppò la più dirompente, e longeva, scena punk del nostro Paese.

The Great Complotto è stato un collettivo di musicisti di Pordenone, per lo più incapaci di suonare o dilettanti alle prime armi, che fondarono moltissime band punk e post-punk. Dal Great Complotto nacquero Prozac+, Sick Tamburo e i Tre Allegri Ragazzi Morti. I Prozac+ negli anni ’90 seppero mescolare sapientemente l’immaginario punk con molti altri elementi per produrre un power pop che valse centinaia di migliaia di copie vendute, concerti ed esposizione mediatica. I Ragazzi sono ancora oggi sulla cresta dell’onda, indipendenti ma conosciuti a un vasto pubblico, oggetto di un seguito appassionatissimo.

Perché il punk a Pordenone? Si dice che fosse stata l’influenza della vicina Aviano, base dell’esercito americano i cui dipendenti –civili e militari– avrebbero inoculato la musica Usa nei quartieri della città. Invece no, dice Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti: «Credo che la cosa sia dipesa dall’assenza di tradizione che caratterizza Pordenone. Una cittadina ai confini tra Friuli e Veneto, che non è parte integrante né delle tradizioni dell’uno né di quelle dell’altro. In questo vuoto è andata ad inserirsi la voglia di esprimersi di quella generazione che in quel momento storico era devastata dall’eroina. […] Potersi sfogare in musica fu anche un modo per tenersi alla larga da certi pericoli che finivano per toccare da vicino ognuno di noi».

Il Punk a Pordenone e il nu-metal a Des Moines ci portano a ragionare sull’innovazione che nasce nei posti più impensabili. L’Italia, patria dei distretti, è stata per anni materiale narrativo per una tesi: laddove c’era una tradizione produttiva di un qualche tipo –i calegheri a Venezia poi migrati a Montebelluna e sulla riviera del Brenta– c’erano degli spin-off e una path dependence che ci consente di spiegare quel che si fa ora in un determinato territorio. La narrativa dei distretti ha raccontato molto bene quel che è accaduto, tuttavia rischia di creare una camicia di forza: il passato definisce il perimetro del possibile oggi e l’orizzonte del domani.

Eppure stiamo curando una cartina geografica dell’innovazione che accade nei luoghi più improbabili: i nostri Des Moines e le nostre Pordenone. Da chi produce i sigari a Orsago nella Marca Trevigiana, ai pionieri della birra artigianale a Cuneo (Baladin) e a Ponte di Piave (San Gabriel); dal packaging per il farmaceutico a Piombino Dese (Stevanato Group) al cluster ‘diffuso’ della domotica e dell’automation system tra Oderzo (Nice) Casier (Came) e Schio (BFT). Sono realtà variegate e diverse, ma tenute insieme da un fil rouge chiaro: sono imprese che hanno dato vita a innovazioni di prodotto e di processo pur essendo lontane dalla principali fonti di conoscenza tecnica e operativa (grandi imprese, università, centri di ricerca) e da una massa critica di domanda qualificata.

L’Italia si trova a un bivio: da una parte storia, geografia e tradizione diventano destino; dall’altra, sogni bagnati di grandezza per cui a Trebaseleghe o Roncade si può ricreare la culla degli Unicorni nostrani. A noi interessa puntare l’attenzione su un fatto: per moltissimo tempo il nostro Paese ha fatto della narrativa distrettuale la sua bandiera, e così facendo ha negato –quasi soffocato– una seconda storia che va raccontata: quella dell’imprenditore/imprenditrice, che per passione, sogno, ambizione, follia ha saputo installare in un territorio impensabile –unlikely places ci diciamo noi tre– qualche cosa di nuovo capace di diventare destino. Comprendere il carattere erratico del fare impresa e dell’innovazione richiede l’abbandono di alcuni degli schemi di analisi a cui siamo stati abituati, generalmente schemi top-down che utilizzano approcci istituzionalisti e di innovazione di sistema. Serve invece, per una volta, partire dal basso; conoscere senza pre-concetti le storie di uomini e donne che sono alla base di molte delle invenzioni che ci circondano e che hanno disegnato una geografia insolita e affascinante dell’innovazione in Italia.

Categorie: Pensieri

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