Una pizza, una birra e una domanda: come sarà l’economia post coronavirus? Di poche cose siamo certi:

  1. viviamo in un mondo maggiormente globalizzato di quanto potessimo immaginare;
  2. la Cina dovrà far i conti con sé stessa e dimostrare di aver fatto i compiti per casa una volta per tutte;
  3. l’Italia ha gestito mediaticamente l’emergenza sanitaria nel peggior modo possibile, confermando, qualora ce ne fosse bisogno, che la comunicazione dei nostri pregi e difetti è un’arte che a casa nostra in pochi posseggono.

Proviamo a fare un po’ d’ordine. La diffusione pandemica o quasi di questo virus ci conferma che viviamo a tutti gli effetti in un ‘mondo piatto’ (cit. Friedman). Questa apparentemente ovvia constatazione richiede una volta per tutte di definire delle regole d’ingaggio valide per tutti. Stiamo parlando di un framework fatto di regole che debbano essere osservate e implementate across country e che devono includere elementi ‘caldi’ quali la tassazione (ne parlammo qui qualche post fa), il rispetto dei diritti di lavoratori e del copyright dei concorrenti. Possiamo essere in disaccordo con le muscolari politiche dell’amministrazione Trump contro il libero commercio internazionale, ma diciamoci la verità: la diagnosi non è poi così sbagliata. La verità è che giochiamo tutti la stessa partita ma con regole molto diverse. E tali regole, che con l’ingresso della Cina nel World Trade Organization nel 2001 non vennero definite, forse è il caso che una volta per tutte vengano quanto meno discusse. Altrimenti poi è inutile lamentarsi se i sentimenti nazionalisti dominano le scene politiche di mezzo mondo. La globalizzazione funziona se governata. E ogni modello di governance si basa su regole. Il resto sono solo chiacchiere ideologiche.

Il rallentamento economico cinese si farà sentire e farà molto male all’economia globale. Come dicevamo, viviamo in uno scenario economico estremamente interconnesso, dove minori vendite di BMW a Shanghai significheranno meno ordinativi per quei subfornitori italiani agganciati alle filiere globali dell’automotive Made in Germany. Oltre al rallentamento economico, la Cina dovrà far i conti con un’immagine pubblica deteriorata. E se le affermazioni fatte pubblicamente da Zaia sulle abitudini alimentari cinesi sono oggettivamente agghiaccianti, specie per il presidente di una Regione che fa dell’export un elemento chiave della propria economia (come glielo vendiamo ora il Prosecco ai cinesi?), il dubbio è che più di qualcuno in Veneto e non solo avrà pensato che in fondo un po’ di ragione il presidente potrebbe averla. Oltre alle hard skills, nell’imminente futuro ai cinesi serviranno una dose di nuove soft skills quali empatia, comunicazione e creatività, che sono state ampiamente omesse nel modello di sviluppo economico seguito dalla Cina nei decenni scorsi. Un cambio di rotta importante e per nulla scontato.

Guardando a casa nostra, non possiamo essere meno critici. L’unica verità che conosciamo, è che sappiamo di non sapere. Venezia non si ferma e lancia gli aperitivi in sconto, il veneto rincara la dose con “va in mona anche el corona” mentre Burioni (l’unico che effettivamente ha ben usato le leve della comunicazione) richiama all’ordine e invoca lo state in casa. I numeri non convincono anche fonti autorevoli e non sappiamo cosa succederà. Esiste un punto però con il quale chiudiamo la nostra riflessione. Siamo tutti un po’ più soli. Siamo tutti un po’ più nemici, forse più e meno umani allo stesso tempo. Il trade off stavolta è complesso: ci scopriamo una società fondata sul lavoro (anche se Ricolfi ci ricorda che solo 1 italiano su 3 lavora davvero) e sulla necessità per gli hotel di riaprire e le agenzie viaggi di lavorare e i bar di servire il caffè. Ma ci scopriamo anche un paese virtuoso per numero di tamponi, gli stessi che comunicati sembrano averci tradito.

Una soluzione a stretto giro non c’è, ma un compromesso va comunque trovato. La vita delle persone non può essere asservita all’economia ed al denaro, ed il sistema sanitario che è stato da sempre croce e delizia di questo paese oggi si scopre elemento di virtù. Non possiamo però non notare che l’economia è vita. Piaccia o meno la routine del lavoro (anche degli altri, non solo il proprio) ha costruito una solida base di sicurezza e serenità che oggi viene meno a causa di un coprifuoco forzato. Di certo usciremo da questa “pandemia” diversi. Siamo di fronte ad un evento epocale – come lo sono stati il 9/11 e il crollo finanziario del 2008 – che giocoforza ridisegnerà alcuni dei meccanismi che regolano le nostre vite nel mondo globalizzato. Tra qualche mese, quando la nebbia si alzerà, inizieremo a prendere le misure con la vita post coronavirus. Nel frattempo, rimane l’amara convinzione che la globalità bisogna meritarsela e non saperla gestire può fare molto male. Le prove empiriche sono sotto il nostro naso, possiamo davvero ancora ignorarle?

Categorie: Pensieri

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