Leggendo l’ultima pubblicazione dell’attuale ministro all’educazione Patrizio Bianchi (“Coesione e Innovazione. Il Patto per il Lavoro dell’Emilia-Romagna”), ci siamo interrogati sul significato delle politiche territoriali in un periodo storico complesso e articolato come quello attuale. Il lavoro illustra la straordinaria crescita competitiva registrata dall’Emilia-Romagna nell’ultimo decennio. La regione di Bonaccini ha superato il Veneto come seconda regione esportatrice d’Italia, dietro solo alla Lombardia. Mentre il mondo raccoglie i benefici di avanzamenti scientifici (i vaccini) sviluppati da consorzi internazionali, noi ci troviamo a discutere delle politiche regionali a Nord o a Sud del Po. Ne vale davvero la pena? Noi crediamo di si. Ecco perché:

Benvenuti nell’era glocale: paradossalmente, tanto più un’economia e una società si globalizzano, tanto più acquista di significato il ruolo del territorio. Il territorio in questo senso non rappresenta solamente insieme di valori e culture distintive, ma anche e soprattutto insieme di politiche per lo sviluppo economico e sociale locale. Stiamo andando, in altre parole, verso un modello di federalismo de facto, dove le città più dinamiche e innovative del mondo sono collegate tra di loro attraverso circuiti sovranazionali, che prescindono da governi centrali spesso non adeguati a governare la complessità del momento storico che stiamo vivendo. Milano è in questo caso un esempio fattuale. Nonostante le rigidità e le inefficienze del governo centrale, nell’ultimo decennio Milano ha saputo far dialogare stakeholder privati e pubblici nel tentativo di promuovere iniziative a supporto dello sviluppo economico urbano.

La lezione del Covid-19: una delle cose che abbiamo imparato negli ultimi 18 mesi è che la pandemia si combatte sul territorio. Così, ad esempio, si spiegano i differenziali di performance all’interno dei vari stati nazionali, Italia inclusa. Allo stesso tempo tuttavia, non possiamo non riconoscere che se stiamo uscendo da questo incubo è principalmente grazie a collaborazioni ‘cross country’ tra centri di ricerca e case farmaceutiche internazionali. In altre parole, si sta facendo spazio un modello di gestione della complessità che si articola in innovazione globale e execution territoriale.

Quindi il Veneto può imparare dall’Emilia Romagna? Si, molto. Tre punti:

  • La definizione di una governance allargata, che comprende soggetti pubblici e privati
  • L’integrazione della base diffusa di competenze industriali con nuove tecnologie e competenze digitali (vi ricordate le start up plugin?)
  • La progettazione di medio periodo e la definizione di KPI ex ante. Perché i cambiamenti strutturali richiedono tempo, investimenti e project management.

Come a dire che la Regione Veneto dovrebbe, siamo serissimi, licenziare 3 assessori ed assumere un system integrator, un digital transformation manager e un team di data scientist.

Può sembrare buffo, ma il tempo sarà tiranno nell’ultimissima possibilità che abbiamo prima di soccombere definitivamente come Paese, Regioni e persone: arriveranno dei soldi. Sapere come spenderli non sarà una competenza commodity. Rinunceremmo volentieri alle conferenze stampa quotidiane e alla stucchevole narrativa del “Noi Veneti” in cambio di alcuni dei punti cardine del patto per il lavoro dell’Emilia-Romagna. Ma guardarsi allo specchio, si sa, è esercizio sempre molto complicato.

Categorie: Modelli

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