Oltre ai brand della moda, al Prosecco e alla Ferrari, c’è un pezzo di industria italiana che sfugge alle cronache mondane di chi racconta il miglior Made in Italy ma che, numeri alla mano, rappresenta un fiore all’occhiello del nostro sistema economico: stiamo parlando dell’industria farmaceutica. I numeri, dicevamo. Nel 2017, per la prima volta, il valore della produzione di farmaci in Italia ha superato la storica leadership tedesca in Europa (Italiani!) con un output generato pari a circa 31 miliardi di Euro (25 dei quali vanno in esportazioni, ça va sans dire). La crescita dell’industria farmaceutica italiana parte da lontano e precisamente da inizio anni ’90, periodo in cui il valore delle esportazioni non superava il miliardo di euro (o l’equivalente in Lire). Cosa ci siamo persi negli ultimi 20-25 anni? Una storia di produzione in conto terzi, subforniture complesse e innovazione globale.
Andiamo per ordine. Aldilà di alcuni brand di peso (i.e. Zambon, Angelini per citare forse i due più importanti nel nostro Paese), l’architettura della farmaceutica italiana si regge su centinaia di subfornitori specializzati. Puro B2B, private label e produzione in conto terzi. Spesso, quasi sempre, per colossi multinazionali come Bayer e Novartis, Pfizer e GSK. Quindi tedeschi, americani e inglesi. Produciamo per loro, gli altri, e lo facciamo così bene che gli altri ci chiedono ora di fare noi innovazione per loro. Sviluppiamo nel tempo un nuovo modello di business, dove da ‘contract manufacturer’ diventiamo ‘contract innovator‘. Non si viene più (solo) in Italia perchè siamo produttori affidabili ma anche (soprattutto) si rimane in Italia perchè l’innovazione la facciamo fare a loro (cioè a noi). Innovazione vuol dire nuovi prodotti e formulazioni sviluppati a partire dalla ricerca clinica e di laboratorio che accade altrove (nuove molecole, principi attivi, etc.) perché si sa la ricerca applicata non è di casa in Italia.

Un esempio emblematico di questa trasformazione è E-Pharma, azienda da 30 milioni di Euro incastrata tra le splendide valli Trentine, dove si producono un’infinità di prodotti in conto terzi, tra cui l’aspirina della Bayer. E-Pharma non conosce crisi né recessioni. Fattura 11 milioni di Euro nel 2005 e ha chiuso il 2017 a 30 milioni. Triplica il fatturato in un periodo storico in cui in molti altri settori si consuma una strage; investe in ricerca (4 milioni negli ultimi 3 anni) e assume. Ma soprattutto cambia pelle. Capisce che produrre per altri funziona, si, ma che questi altri vanno e vengono, spesso guidati dal fattore costo che, come si sa, è mobile per definizione. E allora cosa fa E-Pharma? Inizia a sviluppare nuovi prodotti internamente ma senza aspettare che la nuova commessa scenda dal Brennero; li produce li testa e poi li propone al grande brand globale che spesso li compra e, in seguito, li fa produrre in Italia. A Trento ovviamente. È una storia, quella di E-Pharma, come ce ne sono altre nel settore farmaceutico italiano ma che rimane per molti aspetti sottaciuta. Perchè non è una storia che fa titolo, non parla del cappotto cucito a mano di Loro Piana né delle cucine bespoke per qualche rooftop negli Emirati. Eppure, E-Pharma è industria vera, è innovazione, logistica, capacità di generare profitti e di reinvestirli. È capacità strategica di saper leggere le dinamiche del proprio settore e di reinterpretarle a proprio favore.

E-Pharma ci racconta un nuovo modello di business oggi osservabile in diversi settori industriali italiani. È il modello del ‘contract innovator’, ossia del subfornitore che si mette al servizio del grande brand internazionale. Lo ascolta e ne asseconda le esigenze, formulando delle soluzioni tecniche e di processo originali e innovative. È proprio questa nuova tipologia di impresa, a ben vedere, che tiene in vita e rigenera cluster industriali maturi come quello della scarpa della Riviera del Brenta (calzature luxury da donna) o quello del legno-arredo del Livenza (oggi principale hub produttivo Ikea in Italia). Il ‘contract innovator’ accetta il proprio ruolo di ‘supplier’, solo che anziché fornire puro prodotto oggi fornisce innovazione tout court. E ben si guarda dal muoversi downstream. Fare brand e distribuzione è un altro mestiere. Meglio lasciarlo a chi lo sa fare bene.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *